TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 3di9)
Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010
RELIGIONE: STATO LAICO A MAGGIORANZA MUSULMANA, E’ POSSIBILE UN’ INTEGRAZIONE?
Ufficialmente la Turchia è uno Stato laico. Il 98% della popolazione è composto da musulmani, il 68% dei quali è di rito sannita mentre il 30% segue quello sciita. Il restante 2% comprende piccoli gruppi di comunità di ebrei sefarditi, greci e armeno-ortodossi, cattolici di rito bizantino e armeni protestanti. Nel progetto fondativo di Ataurk non doveva essere la religione a guidare lo Stato, come invece è possibile osservare in altri paesi del Medio oriente, bensì a regnare dovevano essere il liberalismo e l’uguaglianza. Tra le due guerre si gettarono così le basi per il laicismo, abolendo il Califfato ed il Ministero degli Sheria nel 1924. Seguirono l’introduzione di sistemi istruttivi e giudiziali separati, la chiusura della Confraternita dei Dervisci e altre sette religiose, l’accettazione della festa della domenica piuttosto che del venerdì musulmano, così come l’adozione del calendario occidentale. Il governo ha approvato misure destinate a sopprimere l’insegnamento islamico finanziato dallo Stato, vietato il fez ed il velo, optando per l’assunzione dell’alfabeto latino dopo aver abolito quello arabo nel 1928. Il principio del laicismo è stato inserito nella Costituzione il 5 febbraio 1937. Tutti gli affari religiosi sono eseguiti da un organismo statale e centrale, vale a dire il Dipartimento di Affari Religiosi stabilito nel 1924.
Sebbene l’impianto statale sia laico e permissivo, molto più aperto rispetto al resto del mondo arabo, esistono delle regole sottintese di buon costume che disciplinano i comportamenti all’interno della società: è possibile bere vino e raki, il liquore all’anice, le donne non subiscono restrizioni nell’abbigliamento, anche se va caldamente consigliato un genere di abiti non appariscente, rinunciando a nudità gratuite e mai indispensabili. Esistono particolari periodi dell’anno molto rispettati dai turchi, come il Ramadam, che precede Ramazan Bayrami, nel corso del quale i musulmani digiunano, mentre le feste e gli affari quotidiani vengono interrotti durante il giorno. Vengono imposte delle restrizioni sul fumare e sul bere, anche se generalmente, i centri di turismo non sono soggetti a queste regole di comportamento.
Con il Trattato di Pace di Losanna firmato il 24 luglio 1923, tutte le minoranze godono i diritti legali uguali, mentre sono istituite la libertà di coscienza, di fede religiosa e d’opinione per tutti i cittadini. Le celebrazioni ed il servizio liturgico possono essere svolti liberamente. Nessuno può essere forzato a partecipare a riti, come non può essere accusato per il suo credo e le sue convinzioni. Istruzione religiosa ed etica vengono condotte sotto la supervisione dello Stato, sono obbligatorie nel corso degli studi secondari.
La questione religiosa, comunque, è tutt’altro che tranquilla all’interno della Turchia. Anche negli ultimi anni si sono verificati scontri tra persone di fedi differenti, generalmente contro i non musulmani. L’Islamismo turco ha infatti la tendenza a voler imporsi sulle altre credenze e sugli altri culti, imboccando talvolta la strada della violenza. Non è di molto tempo fa l’ondata di attacchi ai danni di sacerdoti cristiani, uccisi in nome dell’Islam, tra il 2006 ed il 2007. A questi episodi è necessario affiancare le denuncie provenienti dal mondo occidentale che accusa di scarso attivismo lo Stato turco, il quale spesso non ha reagito di fronte ai fenomeni di intolleranza religiosa. I media stessi sono stati al centro di proteste per disinformazione e diffamazione a danno dei cristiani. Queste denuncie sono state raccolte all’interno di un dossier presentato dall’associazione Forum 18, che ha provveduto alla sua divulgazione. È sempre un problema di matrice religiosa la delicata relazione tra Turchia e Cipro, per i cui confini ancora non ci sono prospettive di definizione.
C’è davvero da aver paura dell’islam turco?
I segni della religione sono presenti ovunque in Turchia, che rimane però uno Stato laico. A Istanbul, la metropoli più moderna del paese, le moschee sono così numerose che è possibile ascoltare l’invito alla preghiera da cinque o sei minareti contemporaneamente. Per le strade i jeans e le minigonne si mescolano con i foulard islamici e – in certi quartieri – anche con il chador nero.
Questo aspetto della cultura turca è inquietante per molti Europei, che vedono l’Islam come un pericolo. Gli stessi turchi sono divisi sulla questione. Portare il foulard, per esempio, provoca numerosi dibattiti. Agli occhi dei laici, il paese vive costantemente sotto la minaccia del fondamentalismo. La maggioranza dei turchi si dicono credenti e praticanti, ma più che islamici sono conservatori. C’è in questo paese una tradizione di laicità molto più profonda e radicata di quanto si possa immaginare.
Dunque, come viene inteso l’Islam nella vita quotidiana dei Turchi? In maniera molto diversa. “Le classi superiori sono profondamente laiche – spiega Nuray Mert, che ha studiato la destra conservatrice, nazionalista e religiosa – molti sono i turchi che non vedono nessuna contraddizione tra il digiuno del ramadan e il consumo di alcool. Ci sono anche quelli però che non frequentano i negozi dove si vende vino”.
Per tradizione, l’Islam turco è sempre stato più flessibile di quello dei paesi arabi. Fa parte della corrente hanafita del sunnismo, ma, spiega Fatma Bayram, una teologa impiegata alla Direzione degli affari religiosi (DIB): “L’islam turco non impone una sola interpretazione. Segue diverse scuole per rispondere ai problemi pratici”.
GABRIELE ALUIGI