TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 8di9)
Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010
DEMOCRAZIA ISLAMICA: IS IT POSSIBLE?
Il rapporto tra Islam e democrazia è uno dei temi principali fra quelli che fanno da sfondo ai tumultuosi eventi del Medio Oriente e ai difficili rapporti con l’Occidente. Mentre i jihadisti transnazionali ritengono che la democrazia sia un tema irrilevante, per gli islamisti “nazionali” l’instaurazione della democrazia è un tema chiave. Grazie a questo fattore, c’è una convergenza oggettiva tra gli islamisti nazionali, che sono per certi versi “moderati” rispetto ai jihadisti, e gli occidentali, sebbene il concetto di democrazia si molto diverso tra le due culture.
In Algeria nel 1991 e in Palestina nel 2006, la vittoria di partiti islamisti in elezioni del tutto regolari ha dato luogo a reazioni ostili (l’appoggio al colpo di Stato dei militari algerini, le sanzioni al governo di Hamas). Fra queste due date l’incremento dell’immigrazione musulmana in Europa ha allargato le preoccupazioni degli occidentali, soprattutto europei, dall’ambito internazionale a quello interno, poiché se la democratizzazione dei musulmani come fattore di sicurezza internazionale appare importante, come fattore di sicurezza interna lo è ancora di più. Le azioni terroristiche di Al Qaida negli USA e in Europa e la complicità fra residenti e immigrati musulmani hanno acuito le diffidenze occidentali.
Così la ricerca e la riflessione su tale questione appaiono della massima importanza e attualità. Sul tema un importante convegno internazionale è stato organizzato a Napoli il 23-24 febbraio 2007, a cura del progetto Meiad (Mediterranean, Europe and Islam: Actors in Dialogue), cui contribuiscono due istituzioni accademiche napoletane, la Fondazione Mediterraneo e l’Università L’Orientale, e una di Washington, il Centro Principe Alwaleed bin Talal per il Dialogo fra Musulmani e Cristiani della Georgetown University.
Il Convegno, intitolato “Giving Voice to Muslim Democrats”, ha inteso affrontare la questione in una prospettiva più culturalista che politica. Infatti il regime politico democratico è visto essenzialmente come risultato di un patrimonio culturale e del suo sviluppo. Essa carica di valori il regime politico democratico e quindi rende il dialogo fra Paesi e popolazioni con diversi retroterra culturali più arduo.
In tale prospettiva, molti occidentali tendono a vedere la democrazia come risultato di valori (le libertà individuali) e processi (la secolarizzazione), sviluppatisi in Occidenti ma aventi una portata universale e quindi convenientemente adottabili da parte di altre culture, nel caso specifico da quella fondate sull’Islam. Nella stessa prospettiva, i musulmani, e altre popolazioni non occidentali, vedono la democrazia come regime politico che può essere sviluppato invece sulla base di valori e processi indigeni, quindi anche molto diversi e lontani da quelli occidentali.
In realtà, la democrazia universale degli occidentali è vista come una coda del colonialismo o come una manifestazione di imperialismo. Perciò nel suddetto convegno il tema di fondo è parso più come necessità di dare spazio alle concezioni non occidentali e islamiche della democrazia che alla concreta azione politica dei partiti islamisti che si stanno oggi battendo per democratizzare i loro Paesi.
Mentre non si può negare l’interesse di un dibattito culturalista, è evidente che esso rischia sempre di essere poco costruttivo sul piano pratico e politico. Il fatto è che senza dubbio la democrazia agglomera valori nel suo divenire, ma non è essa stessa un valore o un fattore culturale. Essa si è formata storicamente nei Paesi occidentali, come un complesso e inestricabile insieme di fattori politici e culturali, ma – specialmente in una prospettiva di accelerata e forte integrazione internazionale – dovrebbe essere considerata per quello che è il suo nucleo essenziale: un sistema di governo caratterizzato dalla partecipazione delle masse popolari e destinato, con i suoi strumenti di partecipazione e decisione, a prevenire e risolvere i conflitti della società. Tutto il resto è necessariamente molto influenzato da fattori culturali e locali e, quindi, necessariamente diversificato. L’opportunità di una maggiore omologazione culturale non deve certo essere scartata, ma la possibilità che essa si attui non può che essere molto graduale e affidata più al dialogo che allo scontro.
GABRIELE ALUIGI