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GABRIELEALUIGI MEDIA COMMUNIC-ACTION

TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 7di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

IL RUOLO MILITARE NELLA TURCHIA CONTEMPORANEA

Il generale Mustafà Kemal soprannominato Ataturk

L’esercito, figura dominante e ambigua nella storia dello Stato turco, oggi  costituisce l’ennesimo punto di frizione nei rapporti tra Turchia e Unione Europea.  La riforma delle forze armate, infatti, sembra tra le più delicate dal momento che il  potere militare è sempre intervenuto nella vita politica turca, andando ben oltre le  questioni di sicurezza e permeando più settori della vita politica e sociale del paese.

Da sempre, quando si cerca di analizzare la vita politica turca, si è costretti a  compiere un richiamo al ruolo delle forze armate e al loro peso. Un tale riferimento  è indispensabile per una qualsiasi analisi aderente alla realtà del paese. I militari  hanno da sempre avuto un ruolo di attore politico, talvolta esplicito talaltra  nascosto ma in ogni caso decisivo nella storia della Turchia. Per capire come, a  partire da questo dato storico, si sia costruita una traiettoria politica singolare e  diversa rispetto a quella che ha caratterizzato altri paesi in cui i militari hanno  avuto un ruolo predominante, lo schema interpretativo più utile sembra quello del  kemalismo.

Innanzitutto, bisogna dire che pur inscrivendosi nella continuità di una tradizione che ha visto l’esercito invadere la sfera politica – basti pensare al ruolo dei giannizzeri e alla loro pratica di fare e disfare i sultanati – ciò che ha fatto del kemalismo la chiave di volta del ruolo delle forze armate nella vita del paese è stata la polivalenza della sua retorica, oggetto di interpretazione per diversi kemalismi.

All’indomani della prima guerra mondiale Mustafa Kemal orientò il paese verso un’occidentalizzazione all’europea, abolendo l’uso del fez e il califfato, riconoscendo il diritto di voto alle donne nel 1934, imponendo il codice civile svizzero, tagliando gli ultimi precari fili che legavano la Turchia, ormai Repubblica, all’impero ottomano. Non fu necessario aspettare la morte (1938) del grande leader turco perché il kemalismo diventasse ideologia di stato. Garante di questa eredità sarà l’esercito, incaricatosi di assicurarne continuità e rispetto e sentendosi dunque in dovere di intervenire direttamente nella vita politica ogni qualvolta tale eredità potesse essere minacciata o messa in discussione. È così che il kemalismo ha fornito la legittimazione di azioni politiche, culturali ed economiche di matrice militare. Le diverse modifiche dell’eredità kemalista, non ultima la sintesi turcoislamico-occidentale, hanno visto così il paese crescere economicamente, aderire al

Consiglio Europeo nel 1949 e alla Nato nel 1952, poi alla Banca Mondiale, all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e al Fondo Monetario Internazionale. Intanto l’esercito, con il suo ruolo e le sue funzioni, si è modificato restando sempre una figura di riferimento sia all’esterno che all’interno del paese.

La politica turca degli ultimi cinquanta anni è stata caratterizzata da tre colpi di stato (1960, 1971, 1980). Tuttavia il rapporto tra esercito e autorità civile si pone al di fuori dei tradizionali schemi di classificazione. Come alcuni analisti hanno evidenziato infatti, se si guarda ai tre colpi di stato in chiave comparativa rispetto a quelli succedutisi in altri regimi dell’America Latina o dell’Asia ci si rende conto delle differenze. I militari turchi hanno usato e ridotto al minimo la violenza verso la società civile turca. Quest’ultima non ha subito grandi cambiamenti e spesso si è chiusa in un silenzio assenso, i militari hanno fatto brevi soggiorni al potere senza mai restarvi per più di tre anni consecutivi e hanno quasi sempre promosso il ritorno a un processo democratico. Tali caratteristiche dell’intervento delle Forze Armate nei governi democraticamente eletti permettono di comprendere meglio anche quella sorta di legittimazione sociale di cui i militari hanno goduto nel corso degli anni e che ha permesso loro nel 1997, di intervenire direttamente nella vita politica a seguito della prima vittoria elettorale di un partito islamico “indotto” poi alle dimissioni. In realtà, gli anni Settanta e Ottanta furono determinanti nel rafforzare il ruolo inibitore dell’esercito nei confronti delle sensibilità politiche emergenti e di rivendicazioni delle minoranze (ad esempio quella curda). Il susseguirsi di crisi economiche e i disordini provocati dai serrati confronti sul campo delle diverse componenti politiche, e la violenza a “dimensione comunitaria” fecero del colpo di stato del 1980 il nodo storico determinante capace di consolidare il peso dei militari nella scena politica del paese. Attraverso la volontà dichiarata di voler mettere fine alla violenza nel paese, l’esercito restò al potere tre anni durante i quali il kemalismo fu portato alle sue estreme conseguenze. Gli anni Ottanta, dunque, consacrarono almeno due processi: da parte dell’esercito quello di autopercepirsi come estraneo ai conflitti politici e proporsi come ultimo baluardo della sicurezza nazionale; da parte della società civile e delle forze politiche, quello di evitare il confronto diretto e affidarsi “all’aggiramento dello stato come regola generale per la sopravvivenza, la protezione e l’autonomia di individui, dei quartieri, delle comunità”. Per capire come si è passati ad una situazione in cui l’esercito divenne nel corso del decennio del rafforzamento (gli anni Novanta) il “partito-stato” o “stato profondo” è indispensabile guardare alla sua organizzazione interna nonché ai modi di esercizio del potere.

Struttura e organizzazione delle Forze Armate

L’organo principale attraverso il quale i militari hanno esercitato il proprio ruolo e la  propria autorità è stato il Consiglio Nazionale di Sicurezza (MGK). Istituito nel 1961 e  composto per lo più da membri civili, tale organo serviva inizialmente da piattaforma  per dare voce concerta alle opinioni dell’esercito in materia di sicurezza nazionale. Ma  nel 1973 le sue funzioni furono ampliate, oltre a quelle di difesa. Con le modifiche  intervenute attraverso la costituzione del 1982, esso divenne una diretta emanazione  delle Forze Armate intervenendo anche in altre questioni. Le raccomandazioni si  trasformarono in “avvisi” la cui priorità doveva essere riconosciuta dal Consiglio dei  Ministri e che davano vita ad un’agenda politica parallela a quella dei governi in  carica; il numero dei membri civili si ridusse considerevolmente; l’MGK era presente  in seno al Consiglio di orientamento dell’Università e della Comunicazione; esso  determinava i curricula scolastici, stabiliva gli orari delle trasmissioni televisive;  entrava a piene mani nella vita politica parlamentare abolendo, ad esempio,  l’immunità penale per i soli parlamentari del Partito curdo della Democrazia. Nel  corso del tempo tale situazione non è cambiata, anzi durante gli anni Novanta l’importanza dell’esercito si è rafforzata. Le Forze Armate turche composte da 40.000 ufficiali e 800.000 uomini, esercitano il controllo assoluto ed esclusivo sul loro funzionamento, reclutamento e sul sistema di carriere nonché sulla determinazione e la gestione del budget che gli è consacrato. Ancora oggi questo trattamento speciale si traduce in una separazione dal resto della società che è anche fisica: i militari vivono in “site”, piccoli quartieri circondati da filo spinato, con i propri negozi, hanno il proprio sistema educativo e un sistema di selezione ideologica ufficiale e semi-ufficiale (secondo quanto previsto dal regolamento, per essere promosso ai gradi superiori bisogna avere una moglie che non porta il velo). Il secondo argomento che ha permesso all’AKP di imporsi sulla scena politica turca è stato l’orizzonte europeo e il processo di riforme ad esso correlato. La necessità di avviare delle riforme concrete per allineare il paese agli standards dell’Unione Europea in vista di un possibile futuro ingresso ha formato, in effetti, una piattaforma politica in cui comporre le tensioni tra il nuovo partito al potere e il vecchio establishment di orientamento militare. L’argomento europeo è stato determinante in Turchia anche perché si è proposto quale orizzonte politico praticabile per tutte quelle componenti della società e della politica turca che non riuscivano a trovare negli strumenti interni adeguate forme di riconoscimento e di rivendicazione. Non è difficile comprendere perché i militari siano stati da sempre restii al processo di integrazione europea salutato al contrario con entusiasmo dai liberali, che sperano di vedere il loro paese allo stesso livello di altre potenze europee; dai curdi che sperano di vedere i loro diritti garantiti, dai movimenti e dai partiti islamici moderati che si aspettano una maggiore emancipazione dall’esercito e un maggiore margine di manovra politica. Portavoce di queste istanze è stato soprattutto l’attivismo riformista del governo Erdoğan che è stato però messo in discussione in Europa da chi sostiene che il candidato turco resta reticente a causa della politica negazionista e che induce a domandarsi se la Turchia persegua un’agenda nascosta. L’innegabile svolta del governo Erdoğan e il processo di consolidamento democratico degli ultimi dieci anni, promosso anche grazie alla prospettiva europea, hanno fatto della Turchia un interlocutore affidabile. Seppure ambigue e incerte alcune riforme del governo dell’Akp hanno permesso alla Turchia di iniziare una reale emancipazione interna. È innegabile, però, che l’euforia europea della prima campagna elettorale di Erdoğan sembra oggi lontana. Le simpatie per l’UE che rivendica il rispetto dei criteri di adesione, primo tra tutti il rispetto dei diritti umani, calano vertiginosamente. La prossima campagna elettorale di Erdoğan sarà probabilmente senza l’UE e impostata su nuove relazioni diplomatiche con i paesi “orientali”, impensabili fino a qualche anno fa e che fanno apparire la situazione profondamente magmatica.

Inoltre, il ruolo dei militari nella vita politica del paese non sembra essere diminuito soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti. La capacità del governo di procedere verso una reale indipendenza nei confronti delle Forze Armate e verso un consolidamento del ruolo delle autorità civili sembra, infatti, essersi per il momento ridotta.

GABRIELE ALUIGI

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