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GABRIELEALUIGI MEDIA COMMUNIC-ACTION

TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 4di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

IMMIGRAZIONE

Il fenomeno migratorio turco va analizzato diversamente rispetto  a tutti gli altri esempi mediterranei. Inizialmente, va considerato il  passaggio intermedio provocato dalla massiccia emigrazione dalle  campagne orientali dell’Anatolia verso le grandi città del centro  (Ankara, Eskişehir e Konia), della costa Egea (Smirne, Akhisar e  Balıkesir) e verso Istanbul. Questo fenomeno è importante in  quanto stimola due dinamiche decisive per il futuro degli  immigrati turchi. Innanzitutto, spinge alla formazione di famiglie  mono-nucleari, che in Turchia sono la maggioranza già negli anni  60; in secondo luogo, l’emigrazione dai centri rurali alle grandi  città diventa una sorta di training alla vita in grandi centri urbani  quali quelli tedeschi e, per alcuni, al lavoro di fabbrica, visto che  nelle vicinanze di queste città si pongono le basi della struttura  industriale turca. I fattori determinanti che hanno spinto i  lavoratori turchi a migrare sono essenzialmente la grande richiesta  di manodopera della Germania e la notevole pressione  demografica, unita alla crescita della disoccupazione, in Turchia ed a essi vanno aggiunti anche fattori di carattere politico. Il flusso di manodopera non è monolitico e subisce notevoli variazioni a causa dei mutamenti dei mercati del lavoro turco e tedesco. In un primo tempo, infatti, il fenomeno migratorio è caratterizzato dalla prevalenza di uomini giovani e qualificati o semi-qualificati (soprattutto per aver lavorato nelle industrie delle regioni occidentali dell’Anatolia). Successivamente, invece, in concomitanza con la recessione del 1966, che pone fine alla prima fase dell’emigrazione turca, questa tendenza muta a favore di un maggior flusso di manodopera femminile. In questi anni, sia per l’alto tasso di licenziamenti e disoccupazione dei lavoratori turchi, sia per il conseguente aumento dei tempi di attesa per ottenere un impiego in Germania, sia, infine, per la grande ondata di rientri e rimpatri in Turchia, il governo e i lavoratori turchi favoriscono l’emigrazione delle donne, il cui tasso aumenta dall’8% al 24,4%. Un fenomeno stimolato anche dalla crescente necessità del mercato tedesco di manodopera femminile da impiegare in settori emergenti quali le attività elettroniche e alimentari, oltre che in settori come il tessile sempre alla ricerca di operai a basso costo.

A questo mutamento se ne somma un altro ancor più sostanziale per la società turca e strettamente connesso all’evoluzione del mercato del lavoro tedesco. A partire dagli anni ’60, ma soprattutto durante gli anni ’70-’80, con la progressiva modificazione e sviluppo dell’industria tedesca verso sistemi di lavoro e produzione standardizzati e automatizzati, aumenta il numero dei lavoratori non-qualificati (unskilled) reclutato dalle imprese tedesche. La richiesta sempre più massiccia di operai non qualificati stimola enormemente il flusso di manodopera turca verso la Germania federale, visto l’alto tasso di disoccupazione presente in Turchia, ma al tempo stesso abbassa ulteriormente i livelli di sostenibilità del lavoro per gli immigrati nella Rft. Questa nuova ondata migratoria, fra l’altro, non allenta la pressione della disoccupazione turca, in quanto l’aumento demografico vertiginoso e la conseguente migrazione verso i grandi centri occidentali non diminuiscono in proporzione, vanificando la valvola di sfogo rappresentata dall’emigrazione. Inoltre, nonostante il numero crescente di migranti non qualificati e i provvedimenti governativi in materia, la Turchia dovrà costantemente sopperire al brain drain di personale qualificato e semi-qualificato, difficilmente rimpiazzabile, che abbandona il paese per trovare fortuna e sicurezza nella fiorente economia tedesca. le politiche messe in atto dalla Rft non tutelano abbastanza gli immigrati turchi, ancor meno lo fanno le politiche comunitarie della Cee. A partire dal 1957, infatti, la Comunità europea stabilisce la libera circolazione dei cittadini degli stati membri, anche per motivi di lavoro. Tuttavia, questa legislazione, seguita dal regolamento 1612/68 del 1968 e poi dall’accordo di Shengen del 1985, pesa principalmente sugli immigrati extraeuropei, i quali in assenza di un vero e proprio mercato del lavoro europeo si vedono negare tutti i diritti sociali e civili, compreso quello di mobilità. Le disposizioni della Cee, infatti, contribuiscono ad aumentare le politiche di organizzazione e controllo dei flussi migratori, impedendo contemporaneamente le migrazioni interne.

“Ci sono cinque milioni di cittadini turchi in Europa: siamo già integrati nell’Ue in forma ufficiosa”: lo afferma il premier turco Recep Tayyip Erdogan, intervistato dal quotidiano spagnolo El Pais, accusando Germania e Francia di “voler cambiare le regole del gioco a metà partita” per impedire che Ankara possa fare il proprio ingresso nell’Unione. “La Turchia si è presentata all’Europa nel 1959: sono passati 51 anni, non è mai stato imposto ad alcun Paese quel che ci viene chiesto adesso. Questo ha delle ripercussioni sulla politica interna turca, la società turca e il mondo islamico sono di questa opinione: ‘per favore, non sforzatevi, perché non accetteranno la Turchia nell’Ue, che è un club cristiano’”, continua il premier turco, che tuttavia afferma di “non perdere la speranza”: “Possiamo contribuire molto all’Ue, e l’Ue può darci tanto: la Turchia è l’unico Paese in grado di fare da ponte con il mondo islamico”.

Erdogan tuttavia conclude con un avvertimento: “Non abbiamo alcun problema a negoziare un’integrazione, ma ne avremo se cercheranno di imporci un’assimilazione culturale”.

GABRIELE ALUIGI

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