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Archivio per 5 giugno 2010

TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 1di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_31/israele-attacca-flottiglia-ong_adb295f8-6c73-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml

http://www.repubblica.it/esteri/2010/06/03/news/ucciso_monsignore-4543029/

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Mons. Luigi Padovese, vicario apostolico in Anatolia, ucciso dal conoscente Murat Altun.

La settimana appena trascorsa ha visto la Turchia grande protagonista, prima con l’incidente internazionale al largo della striscia di Gaza con Israele, poi con l’assassinio del vescovo italiano Mons. Luigi Padovese nella sua residenza turca. Due episodi di differente portata politica, ma che riportano in primo piano la questione dei rapporti tra Ankara e Bruxelles, il cui nodo fondamentale si stringe attorno all’annessione della Turchia  nell’Unione Europea.

Qui di seguito, nei prossimi articoli, ho cercato di analizzare questo problema tenendo in considerazione alcuni punti base: posizione geografica della Turchia, conflitto religioso e culturale tra europei e turchi, risorse energetiche, ruolo di cerniera di Ankara tra occidente ed Oriente, struttura e storia recente dello stato turco, relazioni internazionali.

Mi auguro di soddisfare la vostra curiosità, conscio del fatto che come ricerca risulterà…un po’ lunghetta

GABRIELE ALUIGI

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TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 2di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

TURCHIA E UNIONE EUROPEA: TRA OCCIDENTE ED ORIENTE

La Turchia entrerà mai nell’Unione Europea? La questione non è nuova, il problema delle relazioni europee con la penisola del Mediterraneo orientale persiste già da vario tempo. Era il 6 ottobre 2004 quando la Commissione europea diede parere positivo ad una futura aggiunta di Ankara alle attuali 27 capitali europee, raccomandando al Consiglio Europeo di iniziare i negoziati. Guidata dal primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, che firmò a Roma la Costituzione Europea nell’ottobre del 2004 bocciata poi da Francia e Olanda, la Turchia sta affrontando un lungo e tortuoso cammino che la dovrebbe condurre a Bruxelles, non prima però del 2015.

Tra pareri favorevoli e contrari, è necessario comunque individuare e comprendere tutte le problematiche che si sovrappongono nel dibattito che coinvolge i vertici dell’Ue e l’opinione pubblica, analizzandone aspetti economici, così come quelli culturali, geografici, storici e politici.

UN TERRITORIO EURO- ASIATICO

Il territorio turco, grande due volte e mezzo l’Italia, si adagia sul continente euro-asiatico, quasi come un istmo che dall’Asia si rivolge verso l’Europa. Per tradizione, si usa suddividere la nazione in due regioni geografiche: Anatolia, rivolta verso l’Asia, e la Tracia, rivolta verso l’Europa. La particolare condizione geografica della Turchia ha avuto nel corso dei secoli un’influenza determinante sulla storia del suo popolo. Il suo territorio, sviluppato infatti in senso longitudinale, la pone a stretto contatto con l’Europa, ad ovest, dove confina con Grecia e Bulgaria e viene bagnata dal mar Mediterraneo con la città di Istanbul a presidiare lo stretto del Bosforo, mentre ad est e sud est la pone a stretto contatto con gli stati del medio oriente: Siria, Iraq, Iran, Armenia e Georgia. La Turchia è di fatto una cerniera tra il vecchio continente ed il mondo arabo, anche se fin dal passato il suo sguardo è sempre stato rivolto verso la Grecia ed i Balcani. Il vecchio Impero Ottomano è giunto fino ad affacciarsi sul mar Adriatico, come un antipatico dirimpettaio alla Repubblica di Venezia, come un sacro nemico dello Stato della Chiesa. Epocali sono state le battaglie che hanno visto fronteggiarsi nei nostri mari i due nemici per antonomasia, opposti non solo per desideri bellici, espansionistici o economici, ma anche da cultura e religione. Le decisioni politiche generate dalla Prima Guerra Mondiale e dal principio di nazionalità wilsoniano furono le prime grandi forze ridimensionatrici dell’espansione turca. Il vecchio Impero fu costretto alla disfatta, spinto anche dalle correnti rinnovatrici che si stavano sviluppando all’interno della penisola di Tracia ed Anatolia, guidate dal militare Ataturk.

Ad oggi la Turchia è una Repubblica presidenziale, ma benché non abbia mire espansionistiche, è ancora molto influenzata dalla posizione del suo territorio che le garantisce un ruolo di primaria importanza nell’economia mondiale, ponendola come tappa obbligata tra i pozzi arabi e i consumatori europei, come valida alternativa all’instabile controllo russo sulla zona caucasica.

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TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 3di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

RELIGIONE: STATO LAICO A MAGGIORANZA MUSULMANA, E’ POSSIBILE UN’ INTEGRAZIONE?

Ufficialmente la Turchia è uno Stato laico. Il 98% della popolazione è  composto da musulmani, il 68% dei quali è di rito sannita mentre il  30% segue quello sciita. Il restante 2% comprende piccoli gruppi di  comunità di ebrei sefarditi, greci e armeno-ortodossi, cattolici di rito  bizantino e armeni protestanti. Nel progetto fondativo di Ataurk non  doveva essere la religione a guidare lo Stato, come invece è possibile  osservare in altri paesi del Medio oriente, bensì a regnare dovevano  essere il liberalismo e l’uguaglianza. Tra le due guerre si gettarono così  le basi per il laicismo, abolendo il Califfato ed il Ministero degli Sheria  nel 1924. Seguirono l’introduzione di sistemi istruttivi e giudiziali  separati, la chiusura della Confraternita dei Dervisci e altre sette religiose, l’accettazione della festa della domenica piuttosto che del venerdì musulmano, così come l’adozione del calendario occidentale. Il governo ha approvato misure destinate a sopprimere l’insegnamento islamico finanziato dallo Stato, vietato il fez ed il velo, optando per l’assunzione dell’alfabeto latino dopo aver abolito quello arabo nel 1928. Il principio del laicismo è stato inserito nella Costituzione il 5 febbraio 1937. Tutti gli affari religiosi sono eseguiti da un organismo statale e centrale, vale a dire il Dipartimento di Affari Religiosi stabilito nel 1924.

Sebbene l’impianto statale sia laico e permissivo, molto più aperto rispetto al resto del mondo arabo, esistono delle regole sottintese di buon costume che disciplinano i comportamenti all’interno della società: è possibile bere vino e raki, il liquore all’anice, le donne non subiscono restrizioni nell’abbigliamento, anche se va caldamente consigliato un genere di abiti non appariscente, rinunciando a nudità gratuite e mai indispensabili. Esistono particolari periodi dell’anno molto rispettati dai turchi, come il Ramadam, che precede Ramazan Bayrami, nel corso del quale i  musulmani digiunano, mentre le feste e gli affari quotidiani vengono interrotti durante il giorno. Vengono imposte delle restrizioni sul fumare e sul bere, anche se generalmente, i centri di turismo non sono soggetti a queste regole di comportamento.

Con il Trattato di Pace di Losanna firmato il 24 luglio 1923, tutte le minoranze godono i diritti legali uguali, mentre sono istituite la libertà di coscienza, di fede religiosa e d’opinione per tutti i cittadini. Le celebrazioni ed  il servizio liturgico possono essere svolti liberamente. Nessuno può essere forzato a partecipare a riti, come non può essere accusato per il suo credo e le sue convinzioni. Istruzione religiosa ed etica vengono condotte sotto la supervisione dello Stato, sono obbligatorie nel corso degli studi secondari.

La questione religiosa, comunque, è tutt’altro che tranquilla all’interno della Turchia. Anche negli ultimi anni si sono verificati scontri tra persone di fedi differenti, generalmente contro i non musulmani. L’Islamismo turco ha infatti la tendenza a voler imporsi sulle altre credenze e sugli altri culti, imboccando talvolta la strada della violenza. Non è di molto tempo fa l’ondata di attacchi ai danni di sacerdoti cristiani, uccisi in nome dell’Islam, tra il 2006 ed il 2007. A questi episodi è necessario affiancare le denuncie provenienti dal mondo occidentale che accusa di scarso attivismo lo Stato turco, il quale spesso non ha reagito di fronte ai fenomeni di intolleranza religiosa. I media stessi sono stati al centro di proteste per disinformazione e diffamazione a danno dei cristiani. Queste denuncie sono state raccolte all’interno di un dossier presentato dall’associazione Forum 18, che ha provveduto alla sua divulgazione. È sempre un problema di matrice religiosa la delicata relazione tra Turchia e Cipro, per i cui confini ancora non ci sono prospettive di definizione.

C’è davvero da aver paura dell’islam turco?

I segni della religione sono presenti ovunque in Turchia, che rimane però uno Stato laico. A Istanbul, la metropoli più moderna del paese, le moschee sono così numerose che è possibile ascoltare l’invito alla preghiera da cinque o sei minareti contemporaneamente. Per le strade i jeans e le minigonne si mescolano con i foulard islamici e – in certi quartieri – anche con il chador nero.

Questo aspetto della cultura turca è inquietante per molti Europei, che vedono l’Islam come un pericolo. Gli stessi turchi sono divisi sulla questione. Portare il foulard, per esempio, provoca numerosi dibattiti. Agli occhi dei laici, il paese vive costantemente sotto la minaccia del fondamentalismo. La maggioranza dei turchi si dicono credenti e praticanti, ma più che islamici sono conservatori. C’è in questo paese una tradizione di laicità molto più profonda e radicata di quanto si possa immaginare.

Dunque, come viene inteso l’Islam nella vita quotidiana dei Turchi? In maniera molto diversa. “Le classi superiori sono profondamente laiche – spiega Nuray Mert, che ha studiato la destra conservatrice, nazionalista e religiosa – molti sono i turchi che non vedono nessuna contraddizione tra il digiuno del ramadan e il consumo di alcool. Ci sono anche quelli però che non frequentano i negozi dove si vende vino”.

Per tradizione, l’Islam turco è sempre stato più flessibile di quello dei paesi arabi. Fa parte della corrente hanafita del sunnismo, ma, spiega Fatma Bayram, una teologa impiegata alla Direzione degli affari religiosi (DIB): “L’islam turco non impone una sola interpretazione. Segue diverse scuole per rispondere ai problemi pratici”.

GABRIELE ALUIGI

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TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 4di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

IMMIGRAZIONE

Il fenomeno migratorio turco va analizzato diversamente rispetto  a tutti gli altri esempi mediterranei. Inizialmente, va considerato il  passaggio intermedio provocato dalla massiccia emigrazione dalle  campagne orientali dell’Anatolia verso le grandi città del centro  (Ankara, Eskişehir e Konia), della costa Egea (Smirne, Akhisar e  Balıkesir) e verso Istanbul. Questo fenomeno è importante in  quanto stimola due dinamiche decisive per il futuro degli  immigrati turchi. Innanzitutto, spinge alla formazione di famiglie  mono-nucleari, che in Turchia sono la maggioranza già negli anni  60; in secondo luogo, l’emigrazione dai centri rurali alle grandi  città diventa una sorta di training alla vita in grandi centri urbani  quali quelli tedeschi e, per alcuni, al lavoro di fabbrica, visto che  nelle vicinanze di queste città si pongono le basi della struttura  industriale turca. I fattori determinanti che hanno spinto i  lavoratori turchi a migrare sono essenzialmente la grande richiesta  di manodopera della Germania e la notevole pressione  demografica, unita alla crescita della disoccupazione, in Turchia ed a essi vanno aggiunti anche fattori di carattere politico. Il flusso di manodopera non è monolitico e subisce notevoli variazioni a causa dei mutamenti dei mercati del lavoro turco e tedesco. In un primo tempo, infatti, il fenomeno migratorio è caratterizzato dalla prevalenza di uomini giovani e qualificati o semi-qualificati (soprattutto per aver lavorato nelle industrie delle regioni occidentali dell’Anatolia). Successivamente, invece, in concomitanza con la recessione del 1966, che pone fine alla prima fase dell’emigrazione turca, questa tendenza muta a favore di un maggior flusso di manodopera femminile. In questi anni, sia per l’alto tasso di licenziamenti e disoccupazione dei lavoratori turchi, sia per il conseguente aumento dei tempi di attesa per ottenere un impiego in Germania, sia, infine, per la grande ondata di rientri e rimpatri in Turchia, il governo e i lavoratori turchi favoriscono l’emigrazione delle donne, il cui tasso aumenta dall’8% al 24,4%. Un fenomeno stimolato anche dalla crescente necessità del mercato tedesco di manodopera femminile da impiegare in settori emergenti quali le attività elettroniche e alimentari, oltre che in settori come il tessile sempre alla ricerca di operai a basso costo.

A questo mutamento se ne somma un altro ancor più sostanziale per la società turca e strettamente connesso all’evoluzione del mercato del lavoro tedesco. A partire dagli anni ’60, ma soprattutto durante gli anni ’70-’80, con la progressiva modificazione e sviluppo dell’industria tedesca verso sistemi di lavoro e produzione standardizzati e automatizzati, aumenta il numero dei lavoratori non-qualificati (unskilled) reclutato dalle imprese tedesche. La richiesta sempre più massiccia di operai non qualificati stimola enormemente il flusso di manodopera turca verso la Germania federale, visto l’alto tasso di disoccupazione presente in Turchia, ma al tempo stesso abbassa ulteriormente i livelli di sostenibilità del lavoro per gli immigrati nella Rft. Questa nuova ondata migratoria, fra l’altro, non allenta la pressione della disoccupazione turca, in quanto l’aumento demografico vertiginoso e la conseguente migrazione verso i grandi centri occidentali non diminuiscono in proporzione, vanificando la valvola di sfogo rappresentata dall’emigrazione. Inoltre, nonostante il numero crescente di migranti non qualificati e i provvedimenti governativi in materia, la Turchia dovrà costantemente sopperire al brain drain di personale qualificato e semi-qualificato, difficilmente rimpiazzabile, che abbandona il paese per trovare fortuna e sicurezza nella fiorente economia tedesca. le politiche messe in atto dalla Rft non tutelano abbastanza gli immigrati turchi, ancor meno lo fanno le politiche comunitarie della Cee. A partire dal 1957, infatti, la Comunità europea stabilisce la libera circolazione dei cittadini degli stati membri, anche per motivi di lavoro. Tuttavia, questa legislazione, seguita dal regolamento 1612/68 del 1968 e poi dall’accordo di Shengen del 1985, pesa principalmente sugli immigrati extraeuropei, i quali in assenza di un vero e proprio mercato del lavoro europeo si vedono negare tutti i diritti sociali e civili, compreso quello di mobilità. Le disposizioni della Cee, infatti, contribuiscono ad aumentare le politiche di organizzazione e controllo dei flussi migratori, impedendo contemporaneamente le migrazioni interne.

“Ci sono cinque milioni di cittadini turchi in Europa: siamo già integrati nell’Ue in forma ufficiosa”: lo afferma il premier turco Recep Tayyip Erdogan, intervistato dal quotidiano spagnolo El Pais, accusando Germania e Francia di “voler cambiare le regole del gioco a metà partita” per impedire che Ankara possa fare il proprio ingresso nell’Unione. “La Turchia si è presentata all’Europa nel 1959: sono passati 51 anni, non è mai stato imposto ad alcun Paese quel che ci viene chiesto adesso. Questo ha delle ripercussioni sulla politica interna turca, la società turca e il mondo islamico sono di questa opinione: ‘per favore, non sforzatevi, perché non accetteranno la Turchia nell’Ue, che è un club cristiano’”, continua il premier turco, che tuttavia afferma di “non perdere la speranza”: “Possiamo contribuire molto all’Ue, e l’Ue può darci tanto: la Turchia è l’unico Paese in grado di fare da ponte con il mondo islamico”.

Erdogan tuttavia conclude con un avvertimento: “Non abbiamo alcun problema a negoziare un’integrazione, ma ne avremo se cercheranno di imporci un’assimilazione culturale”.

GABRIELE ALUIGI

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TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 5di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

ECONOMIA: IN BILICO TRA OCCIDENTE E MONDO ARABO

Per poter essere ammessi all’interno dell’UE, in ogni caso, la Turchia  dovrebbe soddisfare tre requisiti fondamentali: essere a pieno titolo  una democrazia che rispetti i diritti umani, delle minoranze ed il  principio di legalità; adottare una economia di mercato funzionante;  adottare e far penetrare nel proprio ordinamento il cosiddetto acquis  comunitario. Oggi come oggi, la Turchia sembra soddisfare soltanto il  secondo requisito. L ’economia di mercato in Turchia è matura ed  assicura la circolazione dei capitali e quindi degli investimenti. Anche  il quadro delle politiche anticrisi adottate da Ankara sono state  valutate positivamente dagli estensori del rapporto. Pur essendo  penalizzata con un forte calo degli investimenti esteri diretti, la  Turchia attraverso politiche espansive è riuscita a dare nuovo slancio all’economia ed i primi effetti della ripresa dovrebbero vedersi già nel primo semestre del 2010.

La Turchia è inclusa nel G20, i venti paesi più sviluppati del mondo ed è uno dei fondatore dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Tuttavia, per la maggior parte della sua storia repubblicana, il paese ha aderito ad un approccio di tipo quasi statico all’economia: controllo governativo nel settore economico privato, nel commercio internazionale e nel diretto investimento straniero. Durante gli anni ’80 il Primo Ministro Turgut Özal promosse una serie di riforme economiche con l’intento di smuovere la rigidità economica tradizionale.  Nonostante le riforme diedero notevoli benefici all’economia, il paese ha dovuto comunque affrontare diversi momenti di recessione e crisi finanziarie negli ultimi anni del secolo scorso.

La crescita del PIL negli anni 2002-2007 è stata tuttavia considerata come una delle più sostanziose al mondo.

L’economia turca è sempre stata in mezzo a due mondi: quello occidentale e quello arabo orientale. Due influenze che nella storia hanno plasmato non solo il carattere culturale della nazione, ma anche quello politico e socio-economico, estremamente legati tra loro. Il passaggio ad un impianto economico di stampo occidentale è stato sicuramente incentivato dall’adesione turca alla politica americana attraverso la NATO.

GABRIELE ALUIGI

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TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 6di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

ENERGIA: GASDOTTI E RETI TRANSEUROPEE PER UN DIVERSO APPROVIGGIONAMENTO ENERGETICO

Unione Europea ed energia, un binomio che corre  lungo chilometri di gasdotti ed oleodotti, una  relazione nella quale la Turchia occupa un ruolo di  primo piano grazie alla sua posizione geografica che  le affida il compito di cerniera tra Europa e Medio  Oriente, ovvero tra chi ha necessità di importare  energia e chi di fonti energetiche ne possiede in  abbondanza.

Per dare una rapida idea delle strategie di  approvvigionamento del vecchio continente, le  strade del petrolio hanno come nodi principali gli  stretti di Gibilterra, di Suez, del Bosforo e dei  Dardanelli, mentre via terra è la Russia la maggiore  fornitrice di oro nero. Il petrolio e i suoi derivati sono  ad oggi considerati come le principali fonti d’energia esistente, ma a loro sono legate problematiche che da qualche mese a questa parte stanno accrescendo il loro peso nell’opinione pubblica. Si tratta dell’inquinamento atmosferico, dell’immissione nell’atmosfera di anidride carbonica, che negli ultimi mesi ha riempito l’agenda dei capi di stati delle nazioni più industrializzate al mondo con i vertici G8 e G20 di Pittsburgh e Copenaghen. Senza contare poi che il cruccio più grande per le grandi multinazionali che lavorano il greggio in estrazione, esportazione e raffinazione non è tanto il potenziale inquinamento provocato dalla sua combustione, quanto piuttosto la sua, calcolata, breve vita rimasta. È molto probabile che questo sia l’ultimo secolo di vita per l’oro nero, che necessita tempi di formazione molto lunghi all’interno della crosta terrestre. Se i giacimenti sotterranei sono in esaurimento, passerà ancora qualche decennio prima che le riserve petrolifere delle varie nazioni si svuotino. Ma nel frattempo è logico che altre forme di energia crescano di peso nei rapporti tra stati. La vicenda delicata del gas scoppiata nel novembre 2008 tra Russia, Ucraina e Ue ne è un esempio lampante: una fonte d’energia, il gas, un proprietario, la Russia, un destinatario, L’Ue e un paese minore che  voleva rivendicare il suo diritto d’entrare nelle trattative tra le due super potenze.

Le rotte attuali del gas pongono la Russia al vertice delle esportazioni  verso l’unione Europea. Nuovi progetti però stanno spostando il  bacino di approvvigionamento verso i paesi del Caucaso che si  affacciano sul Mar Nero e che confinano proprio con la Turchia.  Attualmente è in costruzione il grande gasdotto “Nabucco” che  fungerà da grande arteria di GNL, Gas Naturale Liquido, tra la  cittadina turca di Erzurum e Vienna. La data prevista per  l’ultimazione dei lavori è il 2016, quando si inaugurerà il tratto tra  Ankara e la cittadina situata al confine orientale, a circa 200  chilometri dall’Armenia, dalla Georgia e dall’Iran. Ad Erzurum  convergeranno vari gasdotti provenienti dalle montagne caucasiche e  dal medio oriente e da dove poi verrà spinto verso il cuore dell’Europa, precisamente nella cittadina austriaca di Baumgarten, nei pressi di Vienna. Lì verrà smistato verso l’Italia settentrionale, la Francia meridionale e la penisola iberica con un prima linea, verso la Germania, la Francia settentrionale ed il Benelux con una seconda , mentre una terza permetterà l’approvvigionamento ai Paesi dell’est Europa e del Nord. In effetti il piano energetico europeo prevede il potenziamento della capacità della rete del gas in Germania, Danimarca e Svezia e le loro interconnessioni, così come tra Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Germania e Austria.

La Turchia, quindi, ricopre un importante ruolo strategico nel piano di sviluppo energetico dell’Ue. Il Nabucco, infatti, non sarà la sola linea del gas che la coinvolgerà direttamente. Esiste già infatti un’altra linea di collegamento turco-europea, tra Ankara e Roma passando per Atene. Tra petrolio e gas naturale liquido, è rilevante ricordare che la cara e vecchia corrente elettrica non è certamente passata di moda, né tanto meno è esclusa da progetti energetici e relazioni tra nazioni. Un esempio è il circuito elettrico del Mediterraneo che nei piani Ue ne è previsto un potenziamento e che, guarda caso, impone un stretta interconnessione tra Turchia ed Europa, in modo particolare con i paesi mediterranei.  Insomma, è chiaro che l’Europa ricopra il ruolo di grande importatore di energia, ma appare altrettanto chiaro che per Bruxelles sia fondamentale per le strategie di approvvigionamento aprire e consolidare forti relazioni con il medio oriente. La Turchia, trovandosi a metà strada tra la politica democratica dell’Ue ed il forte potere centrale di Amadineijad nel vicino Iran deve necessariamente ricoprire l’incarico di mediatore tra i due mondi e dimostrare, ancor prima di entrare nell’Unione Europea, di saper accordare due voci che, fino ad oggi, non hanno mostrato alcuna intenzione di sedersi attorno ad uno stesso tavolo politico.

GABRIELE ALUIGI

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TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 7di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

IL RUOLO MILITARE NELLA TURCHIA CONTEMPORANEA

Il generale Mustafà Kemal soprannominato Ataturk

L’esercito, figura dominante e ambigua nella storia dello Stato turco, oggi  costituisce l’ennesimo punto di frizione nei rapporti tra Turchia e Unione Europea.  La riforma delle forze armate, infatti, sembra tra le più delicate dal momento che il  potere militare è sempre intervenuto nella vita politica turca, andando ben oltre le  questioni di sicurezza e permeando più settori della vita politica e sociale del paese.

Da sempre, quando si cerca di analizzare la vita politica turca, si è costretti a  compiere un richiamo al ruolo delle forze armate e al loro peso. Un tale riferimento  è indispensabile per una qualsiasi analisi aderente alla realtà del paese. I militari  hanno da sempre avuto un ruolo di attore politico, talvolta esplicito talaltra  nascosto ma in ogni caso decisivo nella storia della Turchia. Per capire come, a  partire da questo dato storico, si sia costruita una traiettoria politica singolare e  diversa rispetto a quella che ha caratterizzato altri paesi in cui i militari hanno  avuto un ruolo predominante, lo schema interpretativo più utile sembra quello del  kemalismo.

Innanzitutto, bisogna dire che pur inscrivendosi nella continuità di una tradizione che ha visto l’esercito invadere la sfera politica – basti pensare al ruolo dei giannizzeri e alla loro pratica di fare e disfare i sultanati – ciò che ha fatto del kemalismo la chiave di volta del ruolo delle forze armate nella vita del paese è stata la polivalenza della sua retorica, oggetto di interpretazione per diversi kemalismi.

All’indomani della prima guerra mondiale Mustafa Kemal orientò il paese verso un’occidentalizzazione all’europea, abolendo l’uso del fez e il califfato, riconoscendo il diritto di voto alle donne nel 1934, imponendo il codice civile svizzero, tagliando gli ultimi precari fili che legavano la Turchia, ormai Repubblica, all’impero ottomano. Non fu necessario aspettare la morte (1938) del grande leader turco perché il kemalismo diventasse ideologia di stato. Garante di questa eredità sarà l’esercito, incaricatosi di assicurarne continuità e rispetto e sentendosi dunque in dovere di intervenire direttamente nella vita politica ogni qualvolta tale eredità potesse essere minacciata o messa in discussione. È così che il kemalismo ha fornito la legittimazione di azioni politiche, culturali ed economiche di matrice militare. Le diverse modifiche dell’eredità kemalista, non ultima la sintesi turcoislamico-occidentale, hanno visto così il paese crescere economicamente, aderire al

Consiglio Europeo nel 1949 e alla Nato nel 1952, poi alla Banca Mondiale, all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e al Fondo Monetario Internazionale. Intanto l’esercito, con il suo ruolo e le sue funzioni, si è modificato restando sempre una figura di riferimento sia all’esterno che all’interno del paese.

La politica turca degli ultimi cinquanta anni è stata caratterizzata da tre colpi di stato (1960, 1971, 1980). Tuttavia il rapporto tra esercito e autorità civile si pone al di fuori dei tradizionali schemi di classificazione. Come alcuni analisti hanno evidenziato infatti, se si guarda ai tre colpi di stato in chiave comparativa rispetto a quelli succedutisi in altri regimi dell’America Latina o dell’Asia ci si rende conto delle differenze. I militari turchi hanno usato e ridotto al minimo la violenza verso la società civile turca. Quest’ultima non ha subito grandi cambiamenti e spesso si è chiusa in un silenzio assenso, i militari hanno fatto brevi soggiorni al potere senza mai restarvi per più di tre anni consecutivi e hanno quasi sempre promosso il ritorno a un processo democratico. Tali caratteristiche dell’intervento delle Forze Armate nei governi democraticamente eletti permettono di comprendere meglio anche quella sorta di legittimazione sociale di cui i militari hanno goduto nel corso degli anni e che ha permesso loro nel 1997, di intervenire direttamente nella vita politica a seguito della prima vittoria elettorale di un partito islamico “indotto” poi alle dimissioni. In realtà, gli anni Settanta e Ottanta furono determinanti nel rafforzare il ruolo inibitore dell’esercito nei confronti delle sensibilità politiche emergenti e di rivendicazioni delle minoranze (ad esempio quella curda). Il susseguirsi di crisi economiche e i disordini provocati dai serrati confronti sul campo delle diverse componenti politiche, e la violenza a “dimensione comunitaria” fecero del colpo di stato del 1980 il nodo storico determinante capace di consolidare il peso dei militari nella scena politica del paese. Attraverso la volontà dichiarata di voler mettere fine alla violenza nel paese, l’esercito restò al potere tre anni durante i quali il kemalismo fu portato alle sue estreme conseguenze. Gli anni Ottanta, dunque, consacrarono almeno due processi: da parte dell’esercito quello di autopercepirsi come estraneo ai conflitti politici e proporsi come ultimo baluardo della sicurezza nazionale; da parte della società civile e delle forze politiche, quello di evitare il confronto diretto e affidarsi “all’aggiramento dello stato come regola generale per la sopravvivenza, la protezione e l’autonomia di individui, dei quartieri, delle comunità”. Per capire come si è passati ad una situazione in cui l’esercito divenne nel corso del decennio del rafforzamento (gli anni Novanta) il “partito-stato” o “stato profondo” è indispensabile guardare alla sua organizzazione interna nonché ai modi di esercizio del potere.

Struttura e organizzazione delle Forze Armate

L’organo principale attraverso il quale i militari hanno esercitato il proprio ruolo e la  propria autorità è stato il Consiglio Nazionale di Sicurezza (MGK). Istituito nel 1961 e  composto per lo più da membri civili, tale organo serviva inizialmente da piattaforma  per dare voce concerta alle opinioni dell’esercito in materia di sicurezza nazionale. Ma  nel 1973 le sue funzioni furono ampliate, oltre a quelle di difesa. Con le modifiche  intervenute attraverso la costituzione del 1982, esso divenne una diretta emanazione  delle Forze Armate intervenendo anche in altre questioni. Le raccomandazioni si  trasformarono in “avvisi” la cui priorità doveva essere riconosciuta dal Consiglio dei  Ministri e che davano vita ad un’agenda politica parallela a quella dei governi in  carica; il numero dei membri civili si ridusse considerevolmente; l’MGK era presente  in seno al Consiglio di orientamento dell’Università e della Comunicazione; esso  determinava i curricula scolastici, stabiliva gli orari delle trasmissioni televisive;  entrava a piene mani nella vita politica parlamentare abolendo, ad esempio,  l’immunità penale per i soli parlamentari del Partito curdo della Democrazia. Nel  corso del tempo tale situazione non è cambiata, anzi durante gli anni Novanta l’importanza dell’esercito si è rafforzata. Le Forze Armate turche composte da 40.000 ufficiali e 800.000 uomini, esercitano il controllo assoluto ed esclusivo sul loro funzionamento, reclutamento e sul sistema di carriere nonché sulla determinazione e la gestione del budget che gli è consacrato. Ancora oggi questo trattamento speciale si traduce in una separazione dal resto della società che è anche fisica: i militari vivono in “site”, piccoli quartieri circondati da filo spinato, con i propri negozi, hanno il proprio sistema educativo e un sistema di selezione ideologica ufficiale e semi-ufficiale (secondo quanto previsto dal regolamento, per essere promosso ai gradi superiori bisogna avere una moglie che non porta il velo). Il secondo argomento che ha permesso all’AKP di imporsi sulla scena politica turca è stato l’orizzonte europeo e il processo di riforme ad esso correlato. La necessità di avviare delle riforme concrete per allineare il paese agli standards dell’Unione Europea in vista di un possibile futuro ingresso ha formato, in effetti, una piattaforma politica in cui comporre le tensioni tra il nuovo partito al potere e il vecchio establishment di orientamento militare. L’argomento europeo è stato determinante in Turchia anche perché si è proposto quale orizzonte politico praticabile per tutte quelle componenti della società e della politica turca che non riuscivano a trovare negli strumenti interni adeguate forme di riconoscimento e di rivendicazione. Non è difficile comprendere perché i militari siano stati da sempre restii al processo di integrazione europea salutato al contrario con entusiasmo dai liberali, che sperano di vedere il loro paese allo stesso livello di altre potenze europee; dai curdi che sperano di vedere i loro diritti garantiti, dai movimenti e dai partiti islamici moderati che si aspettano una maggiore emancipazione dall’esercito e un maggiore margine di manovra politica. Portavoce di queste istanze è stato soprattutto l’attivismo riformista del governo Erdoğan che è stato però messo in discussione in Europa da chi sostiene che il candidato turco resta reticente a causa della politica negazionista e che induce a domandarsi se la Turchia persegua un’agenda nascosta. L’innegabile svolta del governo Erdoğan e il processo di consolidamento democratico degli ultimi dieci anni, promosso anche grazie alla prospettiva europea, hanno fatto della Turchia un interlocutore affidabile. Seppure ambigue e incerte alcune riforme del governo dell’Akp hanno permesso alla Turchia di iniziare una reale emancipazione interna. È innegabile, però, che l’euforia europea della prima campagna elettorale di Erdoğan sembra oggi lontana. Le simpatie per l’UE che rivendica il rispetto dei criteri di adesione, primo tra tutti il rispetto dei diritti umani, calano vertiginosamente. La prossima campagna elettorale di Erdoğan sarà probabilmente senza l’UE e impostata su nuove relazioni diplomatiche con i paesi “orientali”, impensabili fino a qualche anno fa e che fanno apparire la situazione profondamente magmatica.

Inoltre, il ruolo dei militari nella vita politica del paese non sembra essere diminuito soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti. La capacità del governo di procedere verso una reale indipendenza nei confronti delle Forze Armate e verso un consolidamento del ruolo delle autorità civili sembra, infatti, essersi per il momento ridotta.

GABRIELE ALUIGI

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TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 8di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

DEMOCRAZIA ISLAMICA: IS IT POSSIBLE?

Il rapporto tra Islam e democrazia è uno dei temi principali fra quelli che fanno da  sfondo  ai tumultuosi eventi del Medio Oriente e ai difficili rapporti con l’Occidente.  Mentre i jihadisti transnazionali  ritengono che la democrazia sia un tema  irrilevante, per gli islamisti “nazionali” l’instaurazione della democrazia è un tema  chiave. Grazie a questo fattore, c’è una convergenza oggettiva tra gli islamisti  nazionali, che sono per certi versi “moderati” rispetto ai jihadisti, e gli occidentali,  sebbene il concetto di democrazia si molto diverso tra le due culture.

In Algeria nel 1991 e in Palestina nel 2006, la vittoria di partiti islamisti in elezioni  del tutto regolari ha dato luogo a reazioni ostili (l’appoggio al colpo di Stato dei  militari algerini, le sanzioni al governo di Hamas). Fra queste due date l’incremento  dell’immigrazione musulmana in Europa ha allargato le preoccupazioni degli  occidentali, soprattutto europei, dall’ambito internazionale a quello interno, poiché  se la democratizzazione dei musulmani come fattore di sicurezza internazionale  appare importante, come fattore di sicurezza interna lo è ancora di più. Le azioni  terroristiche di Al Qaida negli USA e in Europa e la complicità fra residenti e  immigrati musulmani hanno acuito le diffidenze occidentali.

Così la ricerca e la riflessione su tale questione appaiono della massima importanza e attualità. Sul tema un importante convegno internazionale è stato organizzato a Napoli il 23-24 febbraio 2007, a cura del progetto Meiad (Mediterranean, Europe and Islam: Actors in Dialogue), cui contribuiscono due istituzioni accademiche napoletane, la Fondazione Mediterraneo e l’Università L’Orientale, e una di Washington, il Centro Principe Alwaleed bin Talal per il Dialogo fra Musulmani e Cristiani della Georgetown University.

Il Convegno, intitolato “Giving Voice to Muslim Democrats”, ha inteso affrontare la questione in una prospettiva più culturalista che politica. Infatti il regime politico democratico è visto essenzialmente come risultato di un patrimonio culturale e del suo sviluppo. Essa carica di valori il regime politico democratico e quindi rende il dialogo fra Paesi e popolazioni con diversi retroterra culturali più arduo.

In tale prospettiva, molti occidentali tendono a vedere la democrazia come risultato di valori (le libertà individuali) e processi (la secolarizzazione), sviluppatisi in Occidenti ma aventi una portata universale e quindi convenientemente adottabili da parte di altre culture, nel caso specifico da quella fondate sull’Islam. Nella stessa prospettiva, i musulmani, e altre popolazioni non occidentali, vedono la democrazia come regime politico che può essere sviluppato invece sulla base di valori e processi indigeni, quindi anche molto diversi e lontani da quelli occidentali.

In realtà, la democrazia universale degli occidentali è vista come una coda del colonialismo o come una manifestazione di imperialismo. Perciò nel suddetto convegno il tema di fondo è parso più come necessità di dare spazio alle concezioni non occidentali e islamiche della democrazia che alla concreta azione politica dei partiti islamisti che si stanno oggi battendo per democratizzare i loro Paesi.

Mentre non si può negare l’interesse di un dibattito culturalista, è evidente che esso rischia sempre di essere poco costruttivo sul piano pratico e politico. Il fatto è che senza dubbio la democrazia agglomera valori nel suo divenire, ma non è essa stessa un valore o un fattore culturale. Essa si è formata storicamente nei Paesi occidentali, come un complesso e inestricabile insieme di fattori politici e culturali, ma – specialmente in una prospettiva di accelerata e forte integrazione internazionale – dovrebbe essere considerata per quello che è il suo nucleo essenziale: un sistema di governo caratterizzato dalla partecipazione delle masse popolari e destinato, con i suoi strumenti di partecipazione e decisione, a prevenire e risolvere i conflitti della società. Tutto il resto è necessariamente molto influenzato da fattori culturali e locali e, quindi, necessariamente diversificato. L’opportunità di una maggiore omologazione culturale non deve certo essere scartata, ma la possibilità che essa si attui non può che essere molto graduale e affidata più al dialogo che allo scontro.

GABRIELE ALUIGI

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TURCHIA ED UNIONE EUROPEA: DIFFIDENZE DI UN RAPPORTO SECOLARE (parte 9di9)

Pubblicato da gaberfaber su giugno 5, 2010

PUO’ LA LUNA DELLA BANDIERA TURCA DIVENIRE UNA STELLA NELLA BANDIERA DELL’UNIONE?

O meglio, fino a che punto la  luna è disposta a modificare  il  proprio dna di satellite per  traformarsi in stella? I  principi dell’Unione Europea  parlano chiaro: i requisiti  minimi per poter essere  ammessi si basano su  democrazia, difesa dei diritti  fondamentali dell’uomo,  libero  mercato, libertà individuali. Ed  è altrettanto  chiaro che la  Turchia abbia delle carenze    nella propria  organizzazione  statale. Si è già parlato delle  difficoltà  culturali, religiose e  politiche con Cipro e con  l’Armenia,  con la quale deve  ancora compiersi un processo  di  rappacificamento in seguito  al genocidio armeno  avvenuto  nel 1915, che si osservano quotidianamente tra  i confini turchi. Benché dal punto di vista economico sia  senza alcun dubbio un’unione che porterebbe vantaggi ad  entrambe le parti, l’aspetto conviviale tra le due popolazioni non è una variabile di poco conto. Il sentimento di diffidenza che si genera nella società occidentale nei confronti dell’estraneo è già molto evidente, per esempio, nelle difficoltà ad accettare il rumeno come un nostro pari, anche solo nel diritto al posto di lavoro. Quale potrebbe essere la reazione ad un afflusso consistente di turchi nelle città europee? Il rischio di ghettizzazione dello straniero è sempre dietro l’angolo. Sembrerebbe assurdo ad oggi osservare un quartiere interamente costituito da francesi o da spagnoli, tedeschi, inglesi. Ma non pare strano che intere zone storiche dei nostri centri siano diventati presidi di persone provenienti da ben più lontano. E l’essere membri di un’unione tra stati come quella europea, purtroppo, non dà certezze d’integrazione tra le popolazioni, almeno nel breve termine.

L’aspetto economico ha certamente la sua rilevanza in questa delicata questione, ma non può essere il valore dominante nella scelta conclusiva che avvallerà o respingerà l’annessione della Turchia all’Europa. È necessario prima di tutto che ci si interroghi se tra cultura occidentale e medio oriente ci possa essere condivisione, così come se ci possa essere una pacifica convivenza tra religione cattolica e religione musulmana, ponendo come valore assoluto la condanna a qualsiasi forma di violenza verso il nostro vicino di casa. Una violenza che non è fatta solo di pietre e bastoni, come ci immaginiamo possa essere lo sfogo della conversione alla religione musulmana, ma che trova nuove forme e rappresentazioni nell’indifferenza, nella chiusura, nel localismo, nell’interesse personale, nell’ultranazionalismo. Chiediamoci prima di tutto se l’Europa sia per davvero un luogo nel quale continuare a difendere l’interesse del nostro paese, chiediamoci poi se sia corretto ritenere prevalente l’interesse nazionale a quello comunitario, chiediamoci ancora se siamo pronti ad accettare che un presidente del Consiglio Europeo turco possa dare consigli ad un governo di uno stato fondatore. Ed in base a quelle risposte, solo in un momento successivo, iniziamo a ponderare le giuste conclusioni.

GABRIELE ALUIGI

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