Quando l’illecito frutta più del legale
Morti ammazzati, uomini gambizzati, mogli divenute vedove, figli ora orfani. L’immaginario collettivo mondiale lega la malavita italiana ad una sola parola: violenza. Violenza fisica, s’intende, forze di coercizione verso vite indifese impossibilitate alla reazione per debolezza e sottomissione ad un Sistema malavitoso dal potere inattaccabile. Mafia, Camorra, N’drangheta, Sacra Corona Unita, diversi nominativi attribuiti a ciò che si pensa essere la stessa cosa, la stessa azione illegale di uomini senza scrupoli che piegano un territorio circoscritto sotto i propri piedi. Estorsione, pizzo, omicidio, spedizione punitiva, imboscata, racket, spaccio, le prime parole alle quali un estraneo al Sistema associa quelle strutture a gestione spesso famigliare. Raramente la gente esce dagli schemi cinematografici del “Padrino” e di “Scarface” prima e seconda versione, abbandonando i pregiudizi e gli schemi mentali, per dar spazio alle nuove concezioni del Sistema: economia, investimenti, aumento e protezione del capitale, concorrenza, lotta per la conquista del target, gare d’appalto, elezioni comunali, politica ed influenza. 

“Italia è pizza, pasta e mafia” ridono gli americani, ma non sanno che i tempi di Al Capone e don Vito Corleone sono passati già da qualche decennio. L’attenzione forzata apportata dagli uomini dei media alla Mafia made in Sicilia sull’onda degli attentati del clan di Cosa Nostra agli inizi degli anni novanta, ha permesso ad altri sistemi di crescere indisturbati in altre terre, raggiungendo vette di potere scarsamente immaginabili. Un potere che non è fondato sul terrore, ma sul commercio, che non ha nella pistola o nel kalashnikov la sua arma principale ma nella conquista del mercato. Che poi questa preveda qualche pallottola nel corpo del rivale è il giusto prezzo: il fine giustifica i mezzi ed uccidere non è peccato se lo scopo è elevato, secondo l’ottica camorristica.
La periferia di Napoli è il “triangolo industriale” del terzo millennio, il nuovo territorio da sfruttare, la miniera dalla quale estrarre tonnellate di liquidità nella maniera più silenziosa e proficua che si possa pensare. Lì crescono fabbricati come funghi sotto ad un castagno, locali da sfruttare per l’attività della nuova camorra: la produzione di vestiario. Donne cinesi inscatolate per 10-12 ore al giorno dietro ad una macchina da cucire, tagliando, rassettando tessuti sui quali in ultimo si imprime il logo di un famoso marchio internazionale. Bassi costi di produzione per grandi quantità di prodotto che, una volta completato, parte alla volta di piazze italiane ed europee. Il made in Italy nasce nel napoletano per sfilare nelle passerelle della notte degli oscar di Hollywood. È storia vera, accaduta un giorno di qualche anno fa. Si chiamava Pasquale, ed era un ragazzo cinese dal nome italianizzato. Era il migliore. Nessuno aveva la sua abilità nell’intuire il valore di una stoffa, la sua resistenza, il suo miglior sfruttamento, dopo quanti lavaggi le fibre avrebbero ceduto e i colori si sarebbero sbiaditi. Il suo talento però non era messo a disposizione del signor Valentino o della famiglia Versace, le sue mani non elaboravano per Miuccia Prada, né il suo portafoglio veniva riempito dagli assegni rilasciati dalla Dolce&Gabbana. I suoi polpastrelli si pungevano in un fabbricato poco fuori Napoli per poche centinaia di euro. Gli venne commissionato un abito da sera, con tanto di taglia di riferimento. Era un prodotto su misura di cui mai avrebbe immaginato la sua indossatrice: Angelina Jolie face il suo ingresso sul palco della “Notte degli Oscar” con quel vestito, con l’abito pensato, progettato e cucito da Pasquale.
Il giro d’affari della camorra sui vestiti contraffatti ruota nell’ordine delle centinaia di milioni di euro. Un immenso capitale sul quale si basa la struttura economica dei clan del napoletano, entrate che coprono le spese di produzione, l’acquisto di terreni edificabili dove impiantare altre piccole fabbriche, un capitale dal quale una ingente somma servirà necessariamente per nuovi investimenti. La droga per esempio. 
Negli anni ’70-’80 la sostanza illegale per eccellenza era l’eroina. I costi accessibili per i giovani clienti permisero di creare una rete di narcotraffico in entrata al porto di Napoli. Il lato negativo consisteva nella grande dipendenza immediata che la dose in vena provocava, portando alla morte per overdose nel giro di qualche mese. Ai clan questo non andava bene. I “Casalesi” di Casal del Principe, per esempio, decisero di concentrarsi sulla coca, considerata allora droga d’élite, in grado di creare dipendenza ma dagli effetti nocivi molto più blandi. Uccideva, ma sicuramente in meno tempo, ed aveva anche il lato positivo di non incrementare il propagarsi dell’Aids, considerata un pericolo dal clan stesso, tanto da spingere i boss del gruppo ad iniziare una politica di “epurazione degli infettati” nei propri territori, ma non pagando loro le cure, bensì tagliando il problema alla radice, eliminando la minaccia con una raffica alla testa e lo sfregio del cadavere, ad avvertire la fine cui andavano incontro chi osava infettarsi. La coca divenne così il nucleo del traffico di droga, e l’organizzazione dello spaccio l’esempio d’efficienza della azienda “Droga s.p.a.”. Target: giovani tra i 15 e i 30 anni. Distributori: giovani assoldati dai clan per qualche centinaio d’euro. Ispettori: i capizona che controllano la vendita. Vigilantes: i pali. Consiglio d’amministrazione: Fam. Di Lauro.
Droga non troppo pesante e vestiti contraffatti sono i due settori portanti dell’economia camorristica napoletana, sui quali decine di famiglie legate ai clan basano il loro sostentamento: più alto è il ruolo ricoperto, più alta sarà la paga. Il vero pericolo di questo mondo economico illegale è la concorrenza. In effetti la più grande aspirazione dei clan è di raggiungere il monopolio del mercato sul territorio il più vasto possibile. Questo però pretende sacrifici, e per sacrifici si intendono lotte all’ultimo sangue, come il conflitto tra la famiglia Di Lauro e gli Spagnoli, il clan dei quartieri spagnoli, che negli anni arrivò a contare centinaia e centinaia di vittime.
Droga e vestiti contraffatti, ma non solo. Spostandoci nelle altre province campane le attività si moltiplicano ed emergono due grandi settori in crescita: il cemento e lo smaltimento dei rifiuti. È un circolo vizioso: si acquistano terreni edificabili, o si rendono tali, e si costruisce appaltando a ditte edili legate ai clan. Queste si riforniscono di materie prime comprate a basso costo da cave controllate dalla camorra, mentre l’immobile costruito verrà venduto a prezzo pieno. Il guadagno è esponenziale. La cava che esaurisce la sua produzione si trasforma in un enorme recipiente da usare come mega cesto della spazzatura. Quando piove, essendo una discarica a cielo aperto, l’acqua inquinata penetra nel terreno. La vegetazione comincia a rinsecchire e ad ammalarsi. I contadini, vedendo le proprie terre cadere nell’improduttività saranno costretti a vendere a prezzi stracciati i loro appezzamenti che verranno acquistati ancora dalla camorra ed utilizzati come discariche, riempiti di sostanze tossiche, o come terreni da edificare. Un ciclo bestiale, un ciclo da centinaia di milioni di euro. La Mafia, la Camorra, la N’drangheta uccidono, è vero, ma ancora di più utilizzano il loro potere finanziario per controllare interi territori, impedendo il naturale sviluppo delle attività legali. Omicidi, estorsioni, spaccio sono solo la punta di un Iceberg grande quanto la Groenlandia intera, un blocco di ghiaccio alla deriva negli oceani ma che neanche il sole più caldo riesce a sciogliere in poco tempo.
Gabriele Aluigi









