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GOMORRA

febbraio 1, 2010

Quando l’illecito frutta più del legale 

Morti ammazzati, uomini gambizzati, mogli divenute vedove, figli ora orfani. L’immaginario collettivo mondiale lega la malavita italiana ad una sola parola: violenza. Violenza fisica, s’intende, forze di coercizione verso vite indifese impossibilitate alla reazione per debolezza e sottomissione ad un Sistema malavitoso dal potere inattaccabile. Mafia, Camorra, N’drangheta, Sacra Corona Unita, diversi nominativi attribuiti a ciò che si pensa essere la stessa cosa, la stessa azione illegale di uomini senza scrupoli che piegano un territorio circoscritto sotto i propri piedi. Estorsione, pizzo, omicidio, spedizione punitiva, imboscata, racket, spaccio, le prime parole alle quali un estraneo al Sistema associa quelle strutture a gestione spesso famigliare. Raramente la gente esce dagli schemi cinematografici del “Padrino” e di “Scarface” prima e seconda versione, abbandonando i pregiudizi e gli schemi mentali, per dar spazio alle nuove concezioni del Sistema: economia, investimenti, aumento e protezione del capitale, concorrenza, lotta per la conquista del target, gare d’appalto, elezioni comunali, politica ed influenza.  

“Italia è pizza, pasta e mafia” ridono gli americani, ma non sanno che i tempi di Al Capone e don Vito Corleone sono passati già da qualche decennio. L’attenzione forzata apportata dagli uomini dei media alla Mafia made in Sicilia sull’onda degli attentati del clan di Cosa Nostra agli inizi degli anni novanta, ha permesso ad altri sistemi di crescere indisturbati in altre terre, raggiungendo vette di potere scarsamente immaginabili. Un potere che non è fondato sul terrore, ma sul commercio, che non ha nella pistola o nel kalashnikov la sua arma principale ma nella conquista del mercato. Che poi questa preveda qualche pallottola nel corpo del rivale è il giusto prezzo: il fine giustifica i mezzi ed uccidere non è peccato se lo scopo è elevato, secondo l’ottica camorristica.

La periferia di Napoli è il “triangolo industriale” del terzo millennio, il nuovo territorio da sfruttare, la miniera dalla quale estrarre tonnellate di liquidità nella maniera più silenziosa e proficua che si possa pensare. Lì crescono fabbricati come funghi sotto ad un castagno, locali da sfruttare per l’attività della nuova camorra: la produzione di vestiario. Donne cinesi inscatolate per 10-12 ore al giorno dietro ad una macchina da cucire, tagliando, rassettando tessuti sui quali in ultimo si imprime il logo di un famoso marchio internazionale. Bassi costi di produzione per grandi quantità di prodotto che, una volta completato, parte alla volta di piazze italiane ed europee. Il made in Italy nasce nel napoletano per sfilare nelle passerelle della notte degli oscar di Hollywood. È storia vera, accaduta un giorno di qualche anno fa. Si chiamava Pasquale, ed era un ragazzo cinese dal nome italianizzato. Era il migliore. Nessuno aveva la sua abilità nell’intuire il valore di una stoffa, la sua resistenza, il suo miglior sfruttamento, dopo quanti lavaggi le fibre avrebbero ceduto e i colori si sarebbero sbiaditi. Il suo talento però non era messo a disposizione del signor Valentino o della famiglia Versace, le sue mani non elaboravano per Miuccia Prada, né il suo portafoglio veniva riempito dagli assegni rilasciati dalla Dolce&Gabbana. I suoi polpastrelli si pungevano in un fabbricato poco fuori Napoli per poche centinaia di euro. Gli venne commissionato un abito da sera, con tanto di taglia di riferimento. Era un prodotto su misura di cui mai avrebbe immaginato la sua indossatrice: Angelina Jolie face il suo ingresso sul palco della “Notte degli Oscar” con quel vestito, con l’abito pensato, progettato e cucito da Pasquale.

Il giro d’affari della camorra sui vestiti contraffatti ruota nell’ordine delle centinaia di milioni di euro. Un immenso capitale sul quale si basa la struttura economica dei clan del napoletano, entrate che coprono le spese di produzione, l’acquisto di terreni edificabili dove impiantare altre piccole fabbriche, un capitale dal quale una ingente somma servirà necessariamente per nuovi investimenti. La droga per esempio.

Negli anni ’70-’80 la sostanza illegale per eccellenza era l’eroina. I  costi accessibili per i giovani clienti permisero di creare una rete di  narcotraffico in entrata al porto di Napoli. Il lato negativo consisteva  nella grande dipendenza immediata che la dose in vena provocava,  portando alla morte per overdose nel giro di qualche mese. Ai clan  questo non andava bene. I “Casalesi” di Casal del Principe, per  esempio, decisero di concentrarsi sulla coca, considerata allora droga  d’élite, in grado di creare dipendenza ma dagli effetti nocivi molto più  blandi. Uccideva, ma sicuramente in meno tempo, ed aveva anche il  lato positivo di non incrementare il propagarsi dell’Aids, considerata  un pericolo dal clan stesso, tanto da spingere i boss del gruppo ad  iniziare una politica di “epurazione degli infettati” nei propri territori, ma non pagando loro le cure, bensì tagliando il problema alla radice, eliminando la minaccia con una raffica alla testa e lo sfregio del cadavere, ad avvertire la fine cui andavano incontro chi osava infettarsi. La coca divenne così il nucleo del traffico di droga, e l’organizzazione dello spaccio l’esempio d’efficienza della azienda “Droga s.p.a.”. Target: giovani tra i 15 e i 30 anni. Distributori: giovani assoldati dai clan per qualche centinaio d’euro. Ispettori: i capizona che controllano la vendita. Vigilantes: i pali. Consiglio d’amministrazione: Fam. Di Lauro.

Droga non troppo pesante e vestiti contraffatti sono i due settori portanti dell’economia camorristica napoletana, sui quali decine di famiglie legate ai clan basano il loro sostentamento: più alto è il ruolo ricoperto, più alta sarà la paga. Il vero pericolo di questo mondo economico illegale è la concorrenza. In effetti la più grande aspirazione dei clan è di raggiungere il monopolio del mercato sul territorio il più vasto possibile. Questo però pretende sacrifici, e per sacrifici si intendono lotte all’ultimo sangue, come il conflitto tra la famiglia Di Lauro e gli Spagnoli, il clan dei quartieri spagnoli, che negli anni arrivò a contare centinaia e centinaia di vittime.

Droga e vestiti contraffatti, ma non solo. Spostandoci nelle altre province campane le attività si moltiplicano ed emergono due grandi settori in crescita: il cemento e lo smaltimento dei rifiuti. È un circolo vizioso: si acquistano terreni edificabili, o si rendono tali, e si costruisce appaltando a ditte edili legate ai clan. Queste si riforniscono di materie prime comprate a basso costo da cave controllate dalla camorra, mentre l’immobile costruito verrà venduto a prezzo pieno. Il guadagno è esponenziale. La cava che esaurisce la sua produzione si trasforma in un enorme recipiente da usare come mega cesto della spazzatura. Quando piove, essendo una discarica a cielo aperto, l’acqua inquinata penetra nel terreno. La vegetazione comincia a rinsecchire e ad ammalarsi. I contadini, vedendo le proprie terre cadere nell’improduttività saranno costretti a vendere a prezzi stracciati i loro appezzamenti che verranno acquistati ancora dalla camorra ed utilizzati come discariche, riempiti di sostanze tossiche, o come terreni da edificare. Un ciclo bestiale, un ciclo da centinaia di milioni di euro. La Mafia, la Camorra, la N’drangheta uccidono, è vero, ma ancora di più utilizzano il loro potere finanziario per controllare interi territori, impedendo il naturale sviluppo delle attività legali. Omicidi, estorsioni, spaccio sono solo la punta di un Iceberg grande quanto la Groenlandia intera, un blocco di ghiaccio alla deriva negli oceani ma che neanche il sole più caldo riesce a sciogliere in poco tempo.

Gabriele Aluigi

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Washington non è più l’ombelico del mondo

gennaio 22, 2010

Obama cerca la strategia d’uscita dalla crisi economica:

“Welcome, G20”

Il “Dizionario enciclopedico geografico” riporta nel numero di 194 gli Stati riconosciuti come sovrani a livello internazionale. Considerando il PIL mondiale come la somma del prodotto interno lordo di ogni singola nazione, si nota che l’85% del totale è fornito da soli 20 Paesi. Tradotto in termini semplici, significa che il 10,3% degli Stati mondiali produce i 17/20 della ricchezza globale.

Barack Obama ha fatto di questo dato il cavallo di battaglia della sua strategia economica, imponendo una rivoluzione nella rigida mentalità americana dell’era Bush, risultato della decennale tentazione repubblicana all’isolazionismo, determinando un nuovo approccio risolutivo alla crisi economica di questi ultimi mesi: gli Usa non sono più un fulcro, ma un ingranaggio nel motore finanziario del globo, dove nuove parti hanno assunto un peso determinante per il buon funzionamento del sistema. La strada tracciata dal Presidente statunitense è quindi quella della collaborazione internazionale.

I nuovi “big” del pianeta si uniscono all’ormai vecchio G8 nella cittadina di Pittsburgh, in Pennsylvania, per tracciare la via di fuga, una “exit strategy” che viaggia sul filo del tracollo delle borse mondiali. Se la bolla scoppiata ormai un anno fa aveva trovato il fertilizzante nella speculazione finanziaria volta ad ottenere il massimo rendimento nel minor tempo possibile, ora si impone la necessità di un limite: regolarizzare il mercato invisibile delle borse, impedire l’esistenza di banche troppo grosse per poter fallire, aumentare i capitali degli istituti finanziari per deresponsabilizzare i governi dall’intervenire nel caso di un loro tracollo.

L’obiettivo finale è la ripresa economica, prevista per il 2010, alla quale si può arrivare seguendo un sentiero comunitario. Tutto ciò che è di ostacolo su questo cammino deve essere rimosso. Ed ecco che il G20 trova nell’unità il suo plus valore ai danni dell’anarchia di mercato: 1) l’indebitamento delle banche deve essere controllato per mezzo di un indicatore che ne misuri la portata, la leverage ratio. 2) lotta ai paradisi fiscali: il vantaggio da una scelta del genere non è solamente etico, ma anche monetario grazie ai patrimoni tassabili. Per la prima volta nella storia, infatti, un presidente di uno Stato è riuscito a obbligare la Svizzera a rivelare i nominativi di chi era in possesso di un conto sul territorio elvetico. 3) Riduzione del debito Usa: l’America deve riuscire a dipendere meno dalle importazioni e allo stesso tempo cercare di esportare di più. Obama chiarisce questo punto spronando la Cina a puntare sul mercato interno e meno sull’export mentre, dall’altra parte, gli americani godono di una condizione di vantaggio dovuta dalla perdita di valore del dollaro che permette prezzi più competitivi sui mercati esteri.

La sfida che il mondo si presta ad affrontare non è delle più semplici. Il pericolo è sempre dietro l’angolo, pronto ad addentare una preda ferita che cerca riparo. Metaforicamente parlando se ad essere lesa è l’economia globale, le iniezioni di soldi liquidi sono la cura dei suoi mali, la mano che conduce le oprazioni di risanamento, ovvero i governi, è allo stesso tempo madre e matrigna, in quanto capace di ridare la vita ma anche di far collassaree l’intera struttura finanziaria perché portatrice sana di un pericoloso virus: l’inflazione.

L’ex presidente della FED nell’era Carter, Paul Volcker, fiero oppositore della deregulation reaganiana, nonché attuale presidente dell’Economy Recovery Advisory Board per nomina di Obama, ha mostrato la via per rifuggire questo grave problema: mantenere sotto controllo il deficit Usa, impedire il ritorno alla speculazione sregolata e limitare le attività delle banche, impedendo loro d’essere proprietarie di Hedge Found (fondi d’investimento altamente speculativi),  limitando anche i compensi dei banchieri.

Il comportamento ideale? Eliminare la mentalità del guadagno  immediato reso possibile dalla speculazione, puntando con più fiducia  agli investimenti a lungo termine che, tra l’altro, permettono la  crescita di progetti, l’aumento della competitività, quindi del  mercato, quindi della ricchezza mondiale.

GABRIELE ALUIGI

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La globalizzazione, tra progresso e contraddizioni

gennaio 15, 2010

Open 24 hours: il mercato non conosce pause

Nuovo millennio, nuove tecnologie, gli spazi si ampliano e la distanza tra i Paesi del mondo si accorciano. Migliaia di anni fa, gli spostamenti dell’uomo sulla terra duravano decine, centinaia di anni. Al giorno d’oggi i flussi migratori durano qualche giorno coprendo migliaia di chilometri. Non meravigliamoci, è la globalizzazione.

Con questo termine possiamo indicare il fenomeno di convergenza economica e  culturale tra le nazioni del mondo. Convergenze, ovvero vicinanza con chi fino a  qualche decina di anni fa pareva lontano: cinesi in Europa, europei in America,  americani in Giappone e così via. Si parla di vicinanza fisica, ma non solo. Il continuo  spostamento ha favorito la mescolanza culturale, ma anche la circolazione di capitali  tra una nazione e l’altra, tra monete differenti. Magari anche rimanendo  comodamente seduti alla scrivania di casa, col proprio personal computer collegato  ad internet e connesso ai siti delle borse mondiali. Il mercato finanziario, in effetti, è  un esempio palese di globalizzazione: da Sidney a New York, col gioco dei fusi orari, è  possibile continuare ininterrottamente a trattare titoli, azioni e obbligazioni  ventiquattr’ore al giorno no stop.

Il mercato finanziario globale è solo una parte del grande flusso di capitali tra un  continente e l’altro. C’è infatti un altro aspetto della globalizzazione economica,  molto più visibile ai cittadini mondiali in quanto presente nella loro quotidianità,  nell’economia reale: sono le grandi multinazionali, divenute il simbolo della delocalizzazione dell’industria, a cui va il primo pensiero nel momento in cui si cercano esempi tangibili di globalizzazione. I colossi del mercato operano su scala mondiale, spargendo la loro catena produttiva tra i Paesi sottosviluppati, quelli in via di sviluppo e l’occidente. In esse, prendendo l’esempio della vecchia e consumata catena di montaggio, invece che realizzarsi all’interno di un grande fabbricato alla periferia di una metropoli, si scompone in numerose cellule sparse sulla superficie terrestre. In tal modo, le materie prime raccolte nelle foreste dello Zimbabwe vengono lavorate in Malesia, raffinate in Ucraina, assemblate in Cina e distribuite in Europa. Spargere gli anelli della catena per abbassare i costi di produzione.

Così, dalla Nike all’Adidas, dalla Fiat alla Shell, ogni multinazionale è penetrata in ogni Paese del mondo in grado di soddisfare i propri bisogni di produzione, vendita e crescita del volume patrimoniale. Nel corso degli anni alcune organizzazioni umanitarie internazionali hanno concentrato la propria attenzione sui processi produttivi di questi giganti del mercato, analizzando e talvolta denunciando le condizioni di lavoro degli operai nei Paesi sottosviluppati o in via di sviluppo. A questo problema le multinazionali hanno reagito con una strategia di mercato volta ad appaltare e subappaltare la produzione ai produttori locali. Un esempio lampante ne è la Nike che possiede una filiera di fornitori sparsi in tutto il mondo che contano più di 600.000 dipendenti. Molti di questi sono sottopagati e sfruttati per più di sessanta ore settimanali, e lo riconosce la stessa azienda americana. Ma i suoi dipendenti in senso stretto sono soltanto poco più di 24.000, tutti gli altri dipendono dalle aziende che si sono aggiudicate l’appalto. In tal modo da un lato non è direttamente accusabile di sfruttamento dei lavoratori, mentre dall’altro riceve i vantaggi derivati da costi di produzione ancora più bassi.  

La loro caccia alla conquista d’ogni angolo di mercato mette le grandi aziende in condizione di promuovere delle strategie volte alla conquista d’uno spazio sempre maggiore di vendita. Generalmente la loro azione si può scomporre in tre operazioni: eliminazione della concorrenza, saturazione dei punti vendita, creazione di megastore. Un grande marchio, infatti, avendo la possibilità di abbassare i prezzi di vendita dislocando la produzione, è in grado di mettere in crisi la concorrenza presente sul suo stesso territorio, annientandola. È il caso di Wall Mart in America che, disponendo prezzi da discount stracciati, spazza via le piccole botteghe alimentari. Campione di saturazione è invece McDonald che riempe le città con i suoi punti vendita. Un esempio di megastore è invece Ikea, la quale addirittura è stata in grado di far divenire il proprio punto vendita una “destinazione”, un’occasione di svago per un pomeriggio.

La grande diffusione delle multinazionali spesso si pensa sia legata al successo del valore dei suoi prodotti. Molte volte, invece, il cavallo di battaglia non è la qualità ma il marchio che, secondo la giornalista Naomi Klein, rappresenta il vero valore aggiunto di un’azienda. Alcune multinazionali, infatti, hanno lanciato negli anni novanta una strategia di mercato completamente incentrata sulla valorizzazione del proprio marchio, attribuendogli dei significati che prescindono dalle qualità del prodotto, richiamando a sé affezioni e sentimenti dell’animo umano. Secondo la Klein i marchi sono “straordinari moltiplicatori di valore” in grado di riuscire a far vendere i prodotti slegandoli dalle effettive qualità.

Il problema è che un mercato basato sulle marche e non sulla qualità dei prodotti tende ad uccidere la diversità dei beni in commercio, generando un “esercito di cloni” differenziati da un solo simbolo stampato in un angolo.

La globalizzazione, infatti, per definizione, sia essa riferita all’ambito culturale, economico, politico, finanziario o commerciale, permette una grande circolazione di beni e pensieri, ma tiene vivo in sé il grande rischio dell’uniformità, il pericolo dell’omogeneizzazione del globo, a scapito della particolarità delle piccole realtà caratteristiche.

GABRIELE ALUIGI

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Acronimo GABRIELE

novembre 6, 2009

Grande           

Assuefatore di

Barcollanti

Ramificazioni

Intellettuali

Etimologicamente

Labili dall’

Encefalogramma piatto.

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ANARCHIA DI MERCATO

novembre 2, 2009

Ottobre 2009, crisi in allontanamento e mercato in infermeria. Un anno fa, l’aria che si respirava era pesante, le banche chiedevano ossigeno per non seguire l’esempio della Lehman Brothers e i governi dispensavano cure antobiotiche con pesanti iniezioni di liquidità nelle loro economie. I centri di statistica non prevedevano rose fiori per il biennio successivo, parlando di un Pil in crescita zero per quest’anno e di mezzo punto percentuale nel 2010.

Ad oggi, un anno dopo le bufere d’inizio autunno 2008, gli uomini di governo sembrano esprimere una vena d’ottimismo, precisando che comunque servirà qualche anno per tornare ai vecchi ritmi di crescita.

Gli economisti, intanto, continuano a chiedere un cambiamento del mercato finanziario attraverso una sua nuova regolamentazione. Cosa significa questo?

Dalla grande Depressione del ’29, il crack registrato in questi ultimi mesi è considerato come la maggior crisi degli ultimi 70 anni. Nel corso di questi decenni, soprattutto a partire dagli anni ’80 con la gestione Reagan negli Usa e Tatcher in Inghilterra, l’economia è stata dominata dal sistema della deregulation che ha favorito l’incremento del debito e della speculazione sui titoli. In pratica, negli Stati Uniti i nuclei famigliari spendevano tutto ciò che guadagnavano, attraverso le carte di credito e i mutui, con la matematica conseguenza d’incentivare l’indebitamento con le banche. Tutto ciò è stato reso possibile dalle banche stesse che appoggiavano questo sistema, basandosi su un concetto banale: il cliente apre un mutuo quando il valore dell’immobile è in netta ascesa; questo permette al cliente di ritrattare il mutuo con la banca, la quale accetta ben volentieri, dato il valore del bene in aumento, rendendo disponibile per il lavoratore una certa somma di liquidi che poi utilizzerà per finanziare la carta di credito. Nel frattempo, dal canto suo, la banca si tutelava attraverso il sistema delle cartolarizzazioni: il mutuo viene trasformato in titoli e obbligazioni, i cosiddetti ABS o CDO o CLO, e spalmato su milioni di acquirenti. Questo debito poi non sarebbe stato conteggiato nel bilancio delle banche.

Questo gioco si è protratto per parecchi anni, rendendo sempre più incontrollabili i titoli immessi sul mercato finanziario.

Tra il 2003 e il 2005, però, l’aumento dell’inflazione ha costretto i governi, e nel caso americano la Fed, ad aumentare il costo del denaro. Immediatamente i mutui sono divenuti più cari e, a partire dal 2007, molti non erano più in grado di onorarli. Si trattava, per la maggior parte dei casi, di mutui subprime, ovvero quelli concessi a chi non aveva le garanzie per poterli rispettare nel corso del tempo. La minaccia dell’esplosione di una bolla cominciava a farsi sentire, soprattutto quando si è scoperto che molti titoli ABS erano privi di valore. La BNP Paribas è stata la prima banca a dichiarare che tre dei suoi fondi erano privi di fondamento valoriale. Gli stati hanno così immesso liquidità sul mercato ma il crack orami era inevitabile.

Se qualche anno fa si pensava che il mercato fosse in grado di auto-governarsi, oggi, con il senno del poi, gli esperti sembrano tornare sui loro passi riconoscendo che l’anarchia del mercato finanziario contiene in sé il seme della speculazione. Porre dei limiti sembra una soluzione reale, come dice lo stesso premio Nobel Amartya Sen: “Regole, regole, regole!”. Intanto però, l’uscita dalla crisi lascia intravedere il rischio di cadere nella fossa della disoccupazione e della recessione o in quella dell’inflazione. O peggio ancora nella stgflazione, ovvero recessione e inflazione allo stesso tempo.

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Obama: new communication

ottobre 24, 2009

obama wordsWashington 2008/World 2009:

Comunicare per vincere, vincere comunicando. Un assioma imprescindibile per chi vuole sfondare nel mondo della politica, e il presidente degli Stati Uniti lo conosce bene. Impostare una campagna elettorale nel 2009 non può non rendere conto dell’evoluzione dei media e della loro vicinanza, quasi una simbiosi, con le società avanzate del mondo moderno.

Un software, Wordle, ha calcolato, dopo aver registrato i discorsi pubblici dell’ex senatore di Chicago, le parole da lui più utilizzate in pubblico. L’immagine in alto riporta le più frequenti: le più grandi sono quelle più ricorrenti.

Obama comiz

“Promise”, “America”, “American”, “McCain”, “New”, “One”, “Can”, “Work”. Il conteggio rivela essere queste le sette parole maggiormente ascoltate dal popolo americano teso ad ascoltare il programma elettorale del candidato democratico.   L’onda del “Yes, we can” viene cavalcata dall’idea diffusa di spingere al cambiamento al “rinnovamento del sogno americano, della leadership politica statunitense” e “like a rolling stone” rotola sul popolo a stelle e strisce, che lo appoggia con entusiasmo: Obama è eletto il 4 novembre 2008 e i democratici conquistano 56 seggi, lasciandone 40 ai repubblicani di John McCain.

Nel genaio 2009 l’insediamento. Da questo momento ha inizio l’attività del nuovo presidente. Sul piatto dei problemi da sbrogliare in politica estera, risaltano i rapporti con il medio oriente e il mondo islamico. La sfida è aperta: qual è la misura della forza innovatrice di Obama? A Il Cairo si attende il discorso del presidente degli  Stati Uniti all’Islam.

Ricucire i rapporti con il Medio Oriente dimostrando una linea alternativa al predecessore Bush. Ma mentre le relazioni internazionali si intrecciano, l’America chiede a gran voce di instradare un piano d’uscita dalla crisi economica esplosa nei mesi passati. Obama e i big del pianeta progettano un vertice che affronti la crisi. E’ il G20 di Pittsburg: nella cittadina della Pennsylvania è rappresentato l’85% del PIL mondiale.

http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2009/09/25/obama_striglia_liran_cela_un_nuovo_impianto_nucleare.html

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Immagini infangate

ottobre 17, 2009

Bilancio: 28 vittime, più di 100 feriti, oltre 400 persone evacuate.

Dinaminche: A causa delle forti piogge e del dissesto della zona, si generano una serie di colate detritiche che travolgono numerose abitazioni tra i paesi di Giampilieri Superiore e Scaletta Zanclea nel messinese.

Reazioni:  _ GIORGIO NAPOLITANO: “No alle opere faraoniche, al Paese serve un piano serio per la sicurezza”

                        _  GUIDO BERTOlASO: “Dissesto idrogeologico causato dall’abusivismo”.

                        _ SILVIO BERLUSCONI: “Non lascerò nessuno solo. Case accoglienti, attrezzate con tutto ciò che serve per continuare a vivere, come in Abruzzo”.

(fonte: quinews.it. Sito d’ informazione le cui foto, immagini  e video sono provenienti da internet, pertanto ritenuti di dominio pubblico)

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Hello world!

ottobre 10, 2009

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